atelier di lu
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poesia libera
senza metro ne misura
tra le righe insegui il senso
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questo è l'atelier di lu
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della vita,
farne letteratura è dipingere con appunti
di inchiostro liquefatto,
sino a renderlo acquerello,
questi istanti,
briciole susseguenti che formano tempi lunghi,
eternando (che pretesa)
ogni respiro e
sublimare così la banalità

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Inserire testo
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che sia un circo è certo: intorno,
girano in pista con acrobatiche performance
per un soldo che la fa da padrone
e lo disprezzo e vivo di niente, bugiarda...
mi attira tutto: questo è il demone che ormai conosco
e non mi imbroglia più, bugiarda...

anche oggi resto nel mio guscio di parole,
custodisco un pò di tenerezza,
risparmio vanità,
mentre leggo un messaggio che mi nutre
di speranza...
che la poesia c'è tra le righe dell'anima


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distendiamo parole fradice
chi legge le asciuga e soffia tepore
nastri di lenzuola e strofinacci
al sole, da sole...
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non ci è dato sapere quanto tempo
ci è dato sapere
il sapore di esprimere
libertà


parole che vivono di vita propria: escono da noi

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tu che sai dire: butta fuori l'amaro...
ne farò marmellata zuccherosa (esagerata)
svuotati, che non si avveleni l'inchiostro:
ascolto un lamento per farne un inno (esagerata)



venuti dal luogo delle delizie,
non possiamo che aspirarne il ritorno,
il ricordo, non qui ora, solo specchio,
attimi di un Eden che non è più
conosciuto e obliato quel luogo,
in speranza camminiamo: la porta è socchiusa,
ne filtra splendore...

mano nella mano scriviamo nell'aria mobile e luminosa
(non è poco...non è tutto)

sognando a scrosci...

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mutamenti sfumano
sfumano in sigarette
pensieri navigano
non cambia niente e tutto scorre

procedendo nel letto
del fiume verso la foce

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chiederà conto
l'oste: amore,
è il suo nome
e la vita, sua figlia,
sia Ursula o altro,
filtra ogni giorno dai suoi occhi,
filma, registra, niente sfugge...



complementare viola




complementare viola si fonde nel pensiero
e coordina i primari:
malinconia e passione...

della vita, farne letteratura è dipingere
con appunti di inchiostro liquefatto,
sino a renderlo acquerello, questi istanti,
briciole susseguenti che formano tempi lunghi, eternando, che pretesa, ogni respiro
e sublimare così la banalità

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-

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Il mondo perduto
Sotto l´ombra degli interessi
Tanti amori uccisi
Dappertutto- di là e di qua
Tanti cuori chiusi
...
Tante anime congelate
senza la possibilità di respirare più
...
Non sa più dove andare
Non può più la strada
trovare.
(Engjëll Koliqi - Il mondo perduto)

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e le attese disattese, del cuore
tra il dire e il fare

!
c'è un luogo dove si lava l'anima e si ripara il cuore
c'è un luogo dove il dolore canta
il suo lamento, molto antico
è
la poesia, dove tu non entrerai,
che tu non sciuperai
è
la stanza posta in alto
dove gli eletti urlano, dicono,
vivono
_per molti ma non per tutti_
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comeluna by Lu

(fosse uva, il mio cuore,
ti offrirei un calice di delizie,
tanto è pestato e sanguinante...
e l'amicizia resta, sovrana
sulle passioni da corridoio...)

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Ripara tutto questo
fai che io non ne debba morire
uccidimi se vuoi e devasta la mia vita già dura e graffiata da quotidiane spine

continuare a sopportare, bere tutto il calice intero
ma...
nel cuore la certezza del tuo Bene,
la certezza che lontano-troppo vicino ci sei tu in me

allora diviene per me sopportabile
adempiere ad un compito che non era più vita,
già morte

mi resuscita l'idea di te

lavorerai, riderai, camminerai e vivrai lontano,
ma accanto a te è la mia anima
e se un giorno non lontano ci incontriamo
per un istante o una notte sola o mille notti e giorni e anni eterni
leggerò il tuo sorriso,
comprenderò di te l'essenza fino in fondo
e potrò dirti Amore



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un pensiero profumato
di rosa di carne
di vento e neve
che gela intorno
mentre noi corpi
vivaci e in palpiti
interrogativi
vicini, troppo lontani
aspiriamo questo
aromatico elisir




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cuore di fiamma




caldissimo palpita
su capriole e capogiri
mi parla di te
appari, scompari

pausa: silenzio
dove sei?
non sento, mi chiedo
chi sei?

ritorna impetuoso
al galoppo
ad infiammarmi
risale alle guance
mi danza costante


continua...



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tra sogno e realtà

tra il dire e il fare

con responsabilità

indipendentemente

fragilmente...costantemente in volo

ancorata a nuvole rosee su cielo limpido

dentro gabbia arrugginita

con ali spiegate

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dolce settembre


temperato

lento rinfresca l'aria

satura di sole

che impallidisce e cresce:

brevemente

ci scalderà il mezzogiorno

per calare presto, il sole...

al ritorno della luna

bon-bon goloso

in alto

resta



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è dolce questo veleno che scorre nelle mie vene
troppo
mi corroderà con i suoi cristalli zuccherini
la mia mente rallenterà
i miei occhi lentamente
molto lentamente
caleranno il sipario
mentre i miei passi si faranno
lentissimi
ma piano, tutto lento, lento
questo dolce veleno mi percorre e non va via

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una stanza per me
non può avere pareti
ma neanche solo alberi
il cielo si
non può mancare il cielo in una stanza
che un TU sia qui con me o non ci sia
la mia stanza non ha pareti
ma salici e glicini
tinti di ametista e smeraldochiaro
in attesa che il mandorlo fiorisca...


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scintille d'argento
e sottili nastri lucenti
sull'acqua di ieri
giocavano con poco
solo sassi consumati
e alghe a ricoprire
lastre di pietra
mentre papere
leggere scivolavano...
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in attesa che una stella cada
passo dopo passo
danza il passo e inciampa
si ferma e si sofferma
lo sguardo attento e alto
scruta un velluto blu stellato
dove immobili occhi d'angelo
osservano l'attesa di una loro lacrima
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-
.


( frammenti di elisir )
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.

.

comescrivere
unapagina nuova
con minutagrafia
segnodoposegno
undisegnodi vita
saràdelineato
continteliquide

___

complementareviola
conrugginenaturale
ariafrizzante
tepidoraggio
magicanatura

.
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ametista
(raccolta)

___

spesso il sole

si vela di infinite gocce,
mie sorelle, si fa desiderare
non si vuole mostrare

ed una coltre
di gocce
infinitesimali
lo vela - spesso il sole -

___

movimento
ora tempestosi
ora assolati e tersi
che sia notte o giorno

il regno osservo

e amo vagare e viaggiare
da te soffio vitale
di eterna armonia

- movimento -

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gemme preziose incartate
in fogli di marmo
sepolcri di anime libere
chiusi
mentre spiragli si aprono
e lame di luce fuoriescono
a fendere un buio senza velluto

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l'essenza


rimane di me solo colore libero
steso liquido
senza schemi ne misura
di me resta l'essenza
senza orpelli ne strutture
- ne condizionimi estendo e libero -
inquieta e docile
al declivio di una pagina che scivola
nel sogno del pensiero nascosto e aperto

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Come i solidi immersi nell'essenza eterea
della quale si imbevono
per alitare un fiato di flauto invisibile,
voce dello spirito, anima del mondo,
in noi, per noi...
metafisica presenza
che solo un cuore vivo legge
tra tanta non-vita,
non-presenza,
nel vuoto d'inesistenza...

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ilpensierovolaaleggianaviga
persoritorna
infiammaeardeprofumato...
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thethoughtflies
fluttersisannoying
lostreturns inflamesandburnsperfumed...
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non leggere
le mie parole vuote
ti parlo nel cuore
not to readmy
empty words
I speak to you in the heart
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tra tutte le cose belle
cercavo di ricordare quel fiore
dal nome difficile...
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in attesa che una stella cada

passo dopo passo
danza il passo e inciampa
si ferma e si sofferma
lo sguardo attento e alto
scruta un velluto blu stellato
dove immobili occhi d'angelo
osservano l'attesa di una loro lacrima

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.











.
.


Tutto l'amore che siamo
questo di noi rimarrà:spero
ci voglio credere: è speranza
non v'è certezza
ma nella evidente battaglia tra il bene e il male
fuori e dentro di noi
credo rimarrà l'amore che siamo:
oro puro,
ora impuro, contaminato
come tutto, come la natura
spettacolare e avversa
come noi, parte della natura stessa
gemme preziose incartate
in fogli di marmo
sepolcri di anime libere
chiusi
mentre spiragli si aprono
e lame di luce fuoriescono
a fendere un buio senza velluto
viviamo nell'abisso di moltiplicazioni di cattedrali
dove il bancomat funge da confessionale
ci vogliono vendere l'aria che respiriamo
e tutto trita intorno
attorno al motore del sistema...
'che la terra è di tutti
e si lottizzano anime
vincolate in mutui capestro
per rendere numero l'amore che siamo
vincerà l'Amore
che siamo
a questo
voglio credere
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lamento
di oggi per tutti i giorni che ho taciuto
e sorriso con il disamore intorno,
avvolta da una coltre di ghiaccio
sapensdo che è illusione tutto,
tutto il sogno della irrealtà sprofonda,
oggi, la terra mi risucchia e seppellisce,
spoglie che consumo, giorno dopo giorno,
inutilmente,
verrà la morte, mia sorella,
l'attendo come l'amante dall'azzurro mantello:
ora so che cosa voglio...
mia sorella ti invoco,
vieni a rapirmi e portami la,
dove ha fine l'illusione
e questo purgatrio più feroce dell'inferno
...vieni sorella...


.
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si rincorrono petali
piccoli vortici profumati
sembrano insistere
nel produrre la bellezza
del profumo che attira e avvolge
in fondo alla stada
la siepe d'angolo
mi ricorda di essere
farfalla



.

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Mi attira la siepe d’angolo in fondo alla via

La sua aura odorosa mi avvolge,

vi entro e mi guardano minuti petali.

Vortici naturali avvincono,

hanno la meglio sulla mia ragione logica,

incurante dei passanti mi avvicino,

occhi che entrano nel centro del vortice

a rapirmi dalla realtà

per dirmi cose che voglio sentire:

che la vita è altrove, dentro la siepe non al di là,

ma dentro questa creatura vegetale

fatta solo per ornare con il suo aroma ricco,

fatta per consolare,

mentre sono spuntate virgole

e arriveranno anche i punti

con le necessarie maiuscole.

Ecco, era logico usarlo.

Rimane in me l’aroma trasfuso

dall’amico gelsomino odoroso


Di eterna bellezza.

Proseguo lungo il marciapiede

rotto da radici di maggiociondolo,

impudiche mi inciampano e pretendono terra.




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Cercavo,
non trovavo,
era questo che dovevo scoprire:

il sublime.




Attraverso il cercare
e non trovare,
perchè non c'è niente da trovare:
c'è già,
esiste nel vuoto apparente
e da li succhiarne l'essenza,
dall'assenza, e sublimare.




E' tutto, infine, servito a queste parole,
per renderle oggetto,
che dicono senza dispiegare,
senza svelare,
tra le righe,
dove scorre la linfa,
del vuoto tra i vuoti,
a significare l'assenza,
l'apparente non esistenza del concetto sublime:
amore.



___




Ed era la sua ala quel soffio che percepiva. L'angelo le stava accanto noncurante del tempo
che passava e senza pretesa di farsi percepire la indirizzava come meglio sapeva.
Fu solo quando cadde un centesimo sul pavimento che se ne accorse, meglio dire che ebbe
l'intuizione o il sospetto che fosse accanto a lei la sua presenza.
Il condizionatore ruggiva come un motore del barone rosso e riempiva il silenzio accompagnango
il tichettare della tastiera sotto le sue dita.
Scriveva e pensava al da farsi per muoversi senza danno, per dire, senza ferire.
Non era facile: molti i fraintendimenti e gli attaccabrighe. Ma non voleva tacere, non più.
La sua voce reclamava l'ascolto e si accorgeva di quanto fosse infida la palude delle relazioni interpersonali.
Soffiò: dietro le cose migliori si nascondono le cose peggiori... era vero, ma in quel caso, un groviglio
di intenti sporcava una realtà che lei sentiva e di cui aveva vissuto, in parte, la necessità.
Soffiò ancora, come una carezza: davanti a lei ritornava l'immagine del suo bambino, gli occhi spalancati, serio.
Non poteva avere fame, il sondino lo nutriva, non poteva avere sonno. Dormiva e dormiva, sedato dai farmaci.
Non poteva giocare, non ne aveva la forza. Non sporcava quasi nulla e non consumò un solo abito.
Morì in estate, sollevando medici afflitti e vinti dalla battaglia contro la natura avversa che aveva casualmente
scelto lui per fare la guerra con gli anticorpi e gli anticorpi degli anticorpi. A caduta: mentre il suo piccolo cuore
di carne prendeva una strana forma che somigliava ogni giorno di più ad una rosa odorosa, colta nel giardino
eterno dove lacrime di cristallo, come rugiada, brillano alla Luce.




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senza fiato, senza pensieri,
non sto sperando, non sto sognando:
le attese disattese,...



specchi di monitor riflettono centesimi mentre una sola luna in un solo cielo splende o si nasconde, ci guarda o chiude gli occhi, per insegnare le fasi dell'apparire e del non esserci, presenza e mancanza alternate in altalena

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desvelos arcanos blog in isola, isolato in planeta universus, clonato pensiero trascritto, qui e la, pretesa di eternazione d'effimera esistenza
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Tutto doveva avere una sua misura e la lunghezza garantiva una certa costanza. Essere brevi aveva la sua importanza, si era certi di non annoiare. Ma la lunghezza era segno di ricchezza.
In breve, si può dire che la sintesi è ermetica.
Non dispiega ma condensa. E' necessario leggere tra le righe come in certe poesie che non vogliono svelare, restano coperte da un velo di mistero che si legge solo con l'essenza del proprio essere, definito cuore.
Tutto doveva essere dispiegato, aperto, raccontato. Uscire dal guscio ermetico: rompere l'uovo. Rischiando una frittata, ma commestibile il senso. Le parole, allora, ruppero la diga e scesero a valle sul foglio, inarrestabili. e nell'intreccio del racconto, riaffioravano le sfumature colte negli anni trascorsi a vivere. Nasceva così una nuova vita, narrata, sulla trama del vissuto.

(prologo a "Storia lunga" . racconto breve)




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STORIA LUNGA

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I
Si intrecciarono le loro vite partendo da lontano, da due mondi distinti: vivevano in due dimensioni parallele.
E. stava accovacciata dietro la porta vetrata della corsia mentre passava una lettiga cigolante, portava una poveretta in preda a convulsioni legata con cinghie di cuoio.
Le conosceva quelle briglie quando la facevano stendere in quella stanza dove, sveglia vedeva i sogni peggiori senza personaggi ne parole ma solo colori e lampi intermittenti mentre il suo corpo sussultava e non riusciva più a dire e pensare. Quando poi, sfinita e inerme la slegavano, si abbandonava al sonno, dove le pareva di correre su di un prato in declivio verso una figura dalla gonna lunga che l’attendeva a braccia aperte, sua madre, e non la raggiungeva mai, anche perché era morta quando ancora undicenne, poco aveva capito di come va il mondo. Lo chiamavano elettroshock.



II
M. si pettinò i folti capelli ramati, calmati dalla brillantina: passò un velo di talco sulle guance per sembrare più pallido e fine, lui che non era un contadino cotto dal sole e la camicia bianca. Si andava sul sagrato a guardare le ragazze che uscivano da messa.
Una delle poche occasioni per mostrarsi al meglio, sapendo che loro li ‘guardavano.
I fratelli Landi erano famosi in paese, uno più bello dell’altro, ma lui M. era il più fine, quello che lavora in città, quello che ha la carnagione chiara. La G. ecco, sperava di vederla anche oggi e se la vedeva questa volta l’avrebbe salutata, fase successiva, dopo gli sguardi delle domeniche precedenti.Si quella donna poteva essere la sua donna, la donna della sua vita, la madre dei suoi figli. E fu così, e si svolse tutto con la semplicità dei sentimenti spontanei, con la timidezza della vita della campagna e la determinazione della natura che procede il suo corso.



III

Il primario la osservava, lei timida, parlava finalmente davanti a lui, con chiarezza, senza più biascicare e conteneva il tremore e l’ansia: era sicura. Quel posto, gli disse, non era la sua casa, le persone che vi abitavano erano malate, io non lo sono, gli disse. Questo bastò a far capire che era guarita dal grave stato depressivo che l’aveva alienata in quelle crisi di assenza e furono sospesi gli elettroshock. Ma non bastava: poteva ritornare a vivere fuori, ma come? Qualcuno doveva prendersi la responsabilità della sua ex-condizione di internata in manicomio. Qualcuno...e Maria, la grande Maria, l’unica sua sorella dal cuore vivo lo fece, gli altri quattro fratelli no. La grande Maria caricò sulle sue immense spalle anche lei oltre la famiglia difficile che aveva già e le trovò una occupazione che le dava alloggio.
Era una famiglia di signori, della city, gente buona, senza eccessive pretese ed avevano anche loro un cuore, che non è da tutti. Passò così un tratto di vita ad apprendere il corretto servizio-ausiliario-preferenziale ed assimilare il buon gusto che ne derivava, non da ultimo arrivò in forma strana, un affetto che nessuno prima le aveva mai dato, una sorta di adozione, ma distante, senza esplicito vissuto. Le bastava per nutrire le giornate: ma la notte portava pensieri e sogni di una famiglia, traguardo irraggiungibile. Dove trovare un fidanzato? Tutto intorno era ad un livello diverso, alto, e la volgarità che percepiva da ceti inferiori non erano per lei. Virginale in tutto. Solo un’amica, Alice, scanzonata e vissuta, sposata da poco le confidava quelle cose che andrebbero dette con una confidenza affettuosa. Ma amichevolmente, buttava li, bocconcini di conoscenza di educazione sentimental-sessuale, quanto si poteva.


IV

Stava nell’orto, Gina, e mentre si sporcava di terra cavando carote ben cresciute ripensava al lusso della city dove M. l’aveva portata in moto-box. Quella domenica la bambina era stata lasciata dai nonni paterni e loro, dopo molto tempo, erano andati a Verox a vedere le vetrine e mangiare il gelly. Un negozio l’aveva colpita molto “Anti” c’era scritto in grande, un negozio maestoso pieno di pelli e sognava. Come aveva visto nei film del proto-spazio. Lei artista impellicciata, lei sporca di terra ora. E lui le aveva passato un braccio attorno alle spalle e questo era un mantello molto più caldo di qualsiasi visone. Ricordò l’odore che promanava dal negozio, le ronzò un sibilo all’orecchio, e le mancò il respiro: svenne. Rimase così fino al ritorno di lui dal lavoro mentre la piccola che si era svegliata era rimasta a giocare in capsula. Aveva visto dallo schermo la mamma, così distesa, un po’ raggomitolata ma non aveva capito, credeva si fosse stancata ed addormentata così.
Rimase molti mesi in avaria prima di spegnersi, la dolce Ginaa, dopo tentativi di inutili innesti.
Rimasero soli, lui e la bimba. Soli e spaesati. Coperti solo dalla conchiglia termica che rendeva asettico il campo dove, poche, ultime casette formavano il paese alla foggia di un secolo lontano, mentre Verox, la city-shopping, era raggiungibile solo in personal- moto-box o train-vitesse-inter-air.


V

E. ormai era certa: il mondo era fatto per gli altri, gli attori. Lei, comparsa, seguiva come un delfino le grandi navi che sapevano come solcare il mare. Dei rifiuti si poteva vivere benissimo erano cospiqui.
Uscì una domenica, forzata da Alice con Nerino e Augusto che studiava neorealismo, lo seppe dopo, e studiava loro, ragazzi proletari. Ammiccava ad Erna, ma senza sentimenti e lei che sensibile intuiva rimase chiusa nel suo guscio. Anche al luna-park-planeta, nel tunnel della strega-trivial-fantasy, quando lui provò a baciarla, si ritrasse con spavento. Conosceva i suoi occhi e non avevano trasmesso niente di affettuoso. Non era questo che voleva.
Da allora la coppia amica, N. e A. si prodigarono a pensare per lei: come potevano essere felici loro e vederla sola? Era tempo di marito, era tempo di un compagno.


VI
Per M. le cose della vita non avevano più senso e passò un periodo di lutto grave, di circa due anni-spazio-temporali, per la moglie. Non sapendo come fare, la piccola fu affidata ai nonni mentre lui vagava e viveva senza un senso per produrre e perse il prestigioso lavoro che aveva. Da gestore di alimentari liofilizzati e bevande idrosaline, rimase disoccupato: non riusciva a condurre giornate puntuali e tenere il ritmo delle responsabilità. Si aggiunse la malattia della piccola, ulteriore aggravio ai suoi dolori. Doveva essere operata al cuore.
Questo era troppo. Iniziò a parlare al cielo, a modo suo. Chiese perché, si ribellò, imprecò. Si inginocchiò. Tutto sembrò rivoltarsi contro. Era un uomo distrutto. Finivano anche i credits. Ritornò in cerca di lavoro, per lei, per la piccola, ma non era che una ombra di quell’uomo, bello, positivo, determinato, fiorente. E l’attesa dell’intervento della piccola si protraeva e scorrevano mesi, pensò solo ad accumulare un po’ di credits-change per affrontare il futuro della bambina, sperando: sapeva che era un intervento disperato e forse anche per questo i medici procrastinavano il termine.



VIII
Uscirono la domenica, giorno di libertà di Erna, loro tre. Era settembre, una giornata piovosa, rimasero allo store a parlare. Alice le sedeva vicino, lasciando Nerino di fronte a loro. Il discorso variava e vagava, come fanno gli amici che stanno bene insieme e si confidano a ruota libera senza timore di censurare per la buona forma, così sembrava. Ma era tutto calcolato. Le donne davano le spalle all’ingresso, N. dalla sua postazione poteva controllare chi passava sul marciapiede: vedere chi entrava. E lo vide, fermo fuori a fumare. Spense la sigaretta e non entrò. Ne accese un’altra. Nerino sospirò. Ormai si erano detti tutto e le donne parlavano ora tra di loro: A. aveva capito che lui era fuori e si strinse a parlare con E. ancor più, ci teneva a quella amica, ingenua, avrebbe voluto tenerle la mano, si limitò a stringere il discorso parlandole più sottovoce.

IX
Non entrava: N. prese l’iniziativa. Guarda chi c’è , quello che era sotto le armi con me in Etiopia-world, sai quello della bambina? Le avevano parlato spesso di lui, commovendola. E. aveva sognato quella piccola, bellissima, con i capelli rossi ed il cuore capriccioso, malato.
Lo chiamò ed entrò, N. si alzò incontro a lui, si abbracciarono. Si fecero le presentazioni e ordinarono da bere: gassosa-track.
Non era difficile sciogliere una conversazione con N. capo-fila, che saltava da un discorso all’altro euforico. Tra le parole amichevoli si incrociavano sguardi, si studiavano i modi rispettivi tra loro. A. rideva, il ghiaccio era rotto. La frittata fatta. Ora non c’era che da attendere gli esiti. Sviluppi sperati.
E. parlava meno degli altri e osservava inconsapevole che il casuale incontro fosse programmato. Davanti a lei, vicino all’amico N. ora c’era un uomo, bello, in contrasto con N. simpatico. Sapeva che aveva una bambina nel cuore, con il cuore rovinato, e il suo cuore si stringeva. Cuore, cuore, questo c’era. Era li sul tavolino del bar, il cuore.
Cuore, cuore malato, cuore pulsante, cuore disperato, cuore....

X
Passò a prenderla la settimana successiva, per una uscita verso la conchiglia termica di coltivazione: M. si presentò con una provetta di distillato-aromatico, una rivisitazione di chanel sintetico. Salutò i signori che raccomandarono attenzione alle divise-elettroniche. Che non si accendesse la fiamma gialla! Lei possiede la pass di conduzione?
Tutto a posto, rassicurò M. Uscirono, no entrarono. Salirono in moto-box, riparati dall’uovo protettivo schermato e furono immersi nella conchiglia di coltivazione.
E. rimase incantata dal paesaggio, accarezzò con le mani ogni angolo di paesaggio e per un lungo tempo dimenticò la presenza di lui che seppe attendere il suo stupore.
Poi, scese dai suoi incantati pensieri e gli diede attenzione: parlarono a lungo seduti nell’osteria rivisitata. Lui raccontava della piccola e i suoi occhi avevano una tenera luce: questo la fece innamorare, così come amò subito l’idea della bambina e volle conoscerla.

XI
Non vi era stato ancora nessun contatto di comunicazione espansivo-affettiva, anche lui percepiva chiari segnali di possibile accoglienza. Attese che il desiderio prendesse consistenza e voleva anche dare buone fondamenta a questo nuovo rapporto che prometteva uno sviluppo sincero. Presentò le due donne, la piccola figlia e la nuova donna: si intesero subito, tale era il bisogno affettivo di entrambe. Si adottarono vicendevolmente e M. sentì sollevarsi quel macigno che era caduto sulla sua vita.
Da allora iniziò la loro storia in tutto: si amarono lentamente, passo dopo passo, coltivarono quel germoglio di speranza. Ma la piccola stava male: si doveva ormai intervenire. Non vi erano altri mezzi che quelli invasivi. Vi fu un tentativo di schermatura dell’area deformante, ma fu inutile. In questi casi, disse il primario responsabile della cardio assistenza, non resta che la sostituzione dell’organo con un micro-sincro-diastolico-sistolico. L’innesto è indolore ma è sempre un intervento di invasione intra-corpore. Aspettatevi tutto, anche il peggio, non posso garantire.
La portarono nella sezione sostitutiva dell’area di benessere della city. E attesero.
Solo qualche micro-attimo e riapparve l’operatore, indossava ancora la tuta adesiva.
Scosse solo il capo: non aveva parole adeguate, disse solo, la potete vedere nello schermo di visita.
La portarono nell’area del ricordo infinito, nel box dei piccoli. Fu steso su di lei un manto di petali di rosa perpetua. Uscirono: c’era il sole standard.


XII
Continuarono, non senza fatica, a camminare insieme il tempo successivo, uniti.
Lui ora lavorava presso il centro di costruzione di minuteria abitativa e dormiva in un alloggio di guardia. Era poca la sua produzione per poter pensare di acquistare una dimora decorosa: il loro sogno era trasferirsi nella conchiglia di produzione.
Ma le cose si svolgono anche in questa sede spazio-temporale, secondo le leggi dell’imprevedibile amore e si accorsero presto che E. aspettava un figlio.
Concepire in modo naturale! Vi rendete conto di quello che avete fatto? Scellerati, non avete di che provvedere ad una nuova vita! Questo dissero i signori che ospitavano lei e le proposero di liberarsi da questa condizione infamante. Ma non ne vollero sapere anche se non c’erano prospettive di agio. Nel tempo della gestazione, il cuore dei signori si ammorbidì, loro che non avevano figli, e non per scelta, nessun mezzo di bio-genesi-programmazione aveva dato esiti positivi, loro, sterili, non erano insensibili e infine cedettero alla nuova coppia un alloggio di recupero nella city. Si aprì così la dimora della nuova famiglia che si stava formando. Li nacqui io.

















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