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lu
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pianoforte2006@libero.it

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Sere d'estate

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Io, in capo al mio mondo.
Tu, sulle tue colline.
Ci ritroviamo, certe sere d'estate
guardando la luna.
La tua sorge quasi sul mare
la mia, tra gli olivi d'argento
Nel cielo riempito di luce
(è una gioia e un dolore che sento)
mi par di poterti vedere:
hai il naso all'insù alla finestra
i gopmiti sul davanzale.
Stai lieve come una ginestra
in questo chiarore di sale.
Io vò per la strada
(lo sai che non posso star fermo), mi piglia quest'uggia, è un tormento.
Non posso sedermi.
Aspettare.
Soltanto se muovo le gambe
riesco a pensare.
A capire.

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Nuvole chiare
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Nuvole chiare, cielo di novembre
annego in questo mare senza onde
che sono gli occhi tuoi. E i miei pensieri
evaporano via così leggeri
con una sensazione di dolore
che potresti chiamare
nuova vita.
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Felicità


Si viene a patti con l'eternità

su questa Terra

piatta come un disco.

Siamo noi, sferici

incompiuti.

Circolo vizioso

di equazioni

mappe arzigogolate

di percorsi

che ricalcano i punti

di partenza

(è la rivoluzione).

Felicità è scoprirsi

un po' più vivi

trovare qualche cosa

che non c'è

vedere un'ombra

immaginare un volto

forse un sorriso.

Tutto potrebbe andar meglio

(pensa)

se quell'aereoplano

(punto d'argento in sospensione)

fosse nelle mie mani

oggi

un aquilone.

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Ulisse, coperto di sale


Multiforme il pensiero

cerca la via

dei campi coltivati.

Trova antiche città

smarriti lidi

stratificati cumuli

d’ingegni.

Meglio trovarsi

poi rigenerati

che morire

tra le riarse stoppie.

Eppure un giorno

io stesso

papavero al vento

garrivo in un lieve

tormento.

Cercavo una luce sottile

tra paglie/ bruciate dal sole

e quella porta d’oro

che conduce

all’Olimpo

della solarità.

O quelle voci

(che mi porto dentro)

oscure invocazioni,

coro greco

di elegiache tragedie.

Ulisse coperto di sale

arrivasti ai confini del male

e ritornasti indietro

più che umano.

Dolce il destino

della pioggia nuova

che riporta i giorni

della primavera.

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Luigi De Flavi

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I tuoi dolci occhi rubano polline alla mia mente
e, come api, trasformano in miele i miei neuroni.

Folle ambrosia scorre incessante nel mio nervo ottico.

Tutto il sistema nervoso pullula di beate litanie,

il cui oggetto sono i tuoi baci, densi come la neve.

Amata dea mortale, come le foglie in autunno,

mi regali l’eternità, immensa come acini di sabbia.

La morte è certa, ma il mio spirito naviga

in un Nilo fecondo e lungo come l’ebbro

distico proferito dalle tue soavi labbra!

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Karterios alias Prof. K

http://karterios-ars.myblog.it/archive/2007/10/30/dolce-delirio.html

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Ecco il nuovo profeta!
Chi ha paura della poesia?
La verità in tasca ad un romantico esteta
Il verme è inerme nella confusione
E questa la magia?
Ferite sanguinanti in perenne emorragia
Il vomito è la migliore rivoluzione!
Ma cosa ho scritto?
Lo sguardo diventa più fitto
Quello che fa la pelle non sforzarti
Pian piano un piccolo cielo né crea tanti altri
Hanno inventato il cuore!
Il grano con quel aria assolutista
Il sangue non conosce l’amore
Con quelle linee ondulate un po’ ottimista
Svanisce nella bellezza il succo dell’anima
Diventa più bella la realtà che non appare
Angeli riciclati in madonne di Fatima
Il Sogno si avvererà un giorno mentre scompare
Nessuno lo ha scritto!
Quello sguardo chi l’ha più visto?
La signorina improvvisa un jazz tra i passanti
Accumuli a punti in strati di femminilità
Movenze rassicuranti in atteggiamenti nobili
Campi di ali all’infinito colmi di zanzare
Conversazioni decorose nella notte effimera
Sculettando shopping su percussioni scattanti
Calzanti vagheggiamenti di spugne mobili
Non manifesta l’essenza una ninfa libera
Mai parlato di asocialità!
La follia è pazzesca senza portafoglio
Un contenitore di melanzane sott’olio
Muore nell’abbondanza mozzafiato dei sapori
Tutto il pane nudo del fornaio
Certi attori hanno più colori
Chi ama la semplicità di un modesto operaio?


Anestetiche pulsioni nel cassetto

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Sabino Bonavita
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Così, la bellezza
Nulla da aspettarsi
proprio questo
e il nulla puntuale arriva
con l‘effetto delle cose inattese.
Versi e speranze perdute
mal di testa e cristalli.
Le palpebre disegnate
sulla curva dell’arcobaleno
già ricordi,
come gli occhi
e la meraviglia
della sua fresca primavera.
19/10/07



Ode all'abbandono


Se questa terra potesse parlare ai venti
che su di me s'adirano
essi capirebbero
che questo non è il mio tempo
e che già ferito nella mia natura
vacillo appena sui miei passi
e morir mi spaventa meno
che scordar l'ultimo sorriso.

04/07/07


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Il buio intorno all'anima


Riconosci il tempo mutare allo specchio
e il tuo respiro in affanno,
le mani dapprima tese intorno
avviziscono artigliate d'inverno,
l'alba confusa al tramonto il silenzio confuso al rumore.
Ogni cosa amata è perduta
frantumi di foglie secche ciò che stringi con le dita.

04/07/07

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Al sonno e alle onde


Afono e stremato
collasso
all'inerzia e all'abbandono
come brezza fluita tra le ciocche del mare.

Non ci sarà ristoro nella mia notte
ne corpi da stringere
ne sorrisi ingordi.
Le parole sputate in faccia al pianto
si perderanno nel mare
dissolte come la brezza
confuse tra le onde e le grida del vento.

18/06/05

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Fabio Raimo

dryeyes

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Ascolta il mare


Ascolta il mare
e quello che ha a noi da dire
Ascolta il mare
come lo ascolta il pescatore
che con coraggio getta i suoi ami
e con pazienza
attende...
e poi li coglie
con o senza pesce, con o senza esche
Ascolta il mare
egli vi immerge i suoi sogni e i suoi incubi
e tira su gli uni e gli altri



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Farò di te il giardino di me


Come neve
mi poserò delicatamente su di te
E quando ti avrò avvolto
come distesa bianca e pianeggiante
accenderò un bel fuoco
per scaldarti e non farti più gelare
Se qualche rovo spunterà qua e là casuale
lo costringerò a fiorire
oppure per sempre a perire
E se i fiori non diverranno frutti
sarà il segno dell'amore
che di me butti
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Tra l'iride e la pupilla


I tuoi occhi...
I tuoi occhi mi hanno trasmesso un messaggio
ma non ho la chiave per decriptarlo
Uno sguardo e tutto si è fermato
in un momento eterno
Niente più voci
Silenzio attorno
Niente più terra
per rimanere in equilibrio
In assenza di gravità
il mio viaggio è rimasto sospeso
tra l'iride e la pupilla
non voglio più tornare a galla
Qualcosa è stato ricevuto dal mio essere
un messaggio senza carattere
un testo senza lettere
I tuoi occhi...
Tra l'iride e la pupilla
non voglio più tornare a galla
tra l'iride e la pupilla
mi ha colpito una scintilla

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Andrea Alfani



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Il Volo


Non esalava quel putrido odore di zolfo, e non c'erano fiamme e voragini infuocate ovunque, come gli avevano sempre raccontato. Forse era nel luogo sbagliato...eppure quel deserto di lamiere e quelle enormi lapidi di cemento che si ergevano solitarie in quel verde prato, gli incutevano timore, sospetto e inquietudine.


Doveva avvicinarsi, planare un po' più in basso, vedere con i suoi occhi. La paura lo frenava, ma la curiosità era troppa. Un tarlo ossessivo logorava le pareti della sua mente, e lo aveva spinto a fuggire, disubbidendo a severi ordini superiori. La sua insaziabile curiosità lo aveva condotto in quel luogo...valeva la pena vedere di che si trattava, toccare con mano, e non fidarsi di quei racconti biblici che aveva sempre udito dai più anziani.


Così lanciò un ultimo saluto alla costellazione dell'Acquario, virò a destra, dietro quell'ultima nuvola, e in volo pindarico scese precipitosamente verso terra. Rimase impigliato nei rami di un albero, incatenato in quella morsa infernale, finché non riuscì a liberarsi. Si guardò intorno, il panorama non era dei migliori, ma non era così terrificante come credeva. Stranamente non sentiva caldo, una leggera brezza accompagnava i suoi passi silenti. Si aggirava guardingo tra desolanti cumuli di lamiere, aspettando di vedere arrivare il nemico da un momento all'altro. Ma per diverso tempo non vide proprio nessuno, solo sterminati campi di gramigna, e l'incommensurabile volta spaziale sopra la sua testa.
Non esalava quel putrido odore di zolfo, e non c'erano fiamme e voragini infuocate ovunque, come gli avevano sempre raccontato. Forse era nel luogo sbagliato...eppure quel deserto di lamiere e quelle enormi lapidi di cemento che si ergevano solitarie in quel verde prato, gli incutevano timore, sospetto e inquietudine.


Doveva avvicinarsi, planare un po' più in basso, vedere con i suoi occhi. La paura lo frenava, ma la curiosità era troppa. Un tarlo ossessivo logorava le pareti della sua mente, e lo aveva spinto a fuggire, disubbidendo a severi ordini superiori. La sua insaziabile curiosità lo aveva condotto in quel luogo...valeva la pena vedere di che si trattava, toccare con mano, e non fidarsi di quei racconti biblici che aveva sempre udito dai più anziani.


Così lanciò un ultimo saluto alla costellazione dell'Acquario, virò a destra, dietro quell'ultima nuvola, e in volo pindarico scese precipitosamente verso terra. Rimase impigliato nei rami di un albero, incatenato in quella morsa infernale, finché non riuscì a liberarsi. Si guardò intorno, il panorama non era dei migliori, ma non era così terrificante come credeva. Stranamente non sentiva caldo, una leggera brezza accompagnava i suoi passi silenti. Si aggirava guardingo tra desolanti cumuli di lamiere, aspettando di vedere arrivare il nemico da un momento all'altro. Ma per diverso tempo non vide proprio nessuno, solo sterminati campi di gramigna, e l'incommensurabile volta spaziale sopra la sua testa.



Dopo due ore di cammino, apparvero in lontananza quelle enormi lapidi di cemento illuminate. Ne fu irrimediabilmente attratto. Le enormi lapidi si ergevano tra una fitta ragnatela d'asfalto, su cui correvano rombanti lamiere infuocate. Un brulicare incalcolabile di gente popolava quei luoghi. Vedeva muoversi quelle persone frettolosamente, accennare un saluto, fingere un sorriso. Erano tutti così inspiegabilmente indaffarati, ma poteva sentire il rumore dei loro pensieri, la desolazione dei loro cuori palpitanti. I loro occhi puntati su remoti orizzonti, non vedevano il presente, che fuggiva via come sabbia tra le dita.



Uomini sotterranei, inscatolati in singolari lombrichi meccanici, che correvano da un capo all'altro di quella che comunemente chiamavano "città". Eternamente in fuga, i loro pensieri orbitavano intorno ad un unico fulcro: la brama di vita. Eppure lui vedeva intorno solo morte...ma forse si stava sbagliando...


Quei singolari esseri, alienati in catene di montaggio, spesso passavano ore davanti ad abbaglianti scatole dai neri schermi popolate da altri "simpatici" consimili. Quegli schermi lanciavano saettanti immagini che offuscavano gli occhi, ma non scaldavano il cuore.


Continuò il suo giro di perlustrazione, riprese il volo, ma i suoi occhi si posavano ovunque su spettrali desolazioni umane. Udiva urli afoni morire in gola, fantasmi del passato e paura del futuro tormentare quegli esseri apparentemente simili a lui.


Probabilmente Madre Natura, durante l'evoluzione, gli aveva amputato le ali. Non c'era spazio per volare, ma probabilmente non c'era più la voglia di sognare.


Credeva di vedere demoni infliggere terribili pene ai peccatori, secondo il grado delle loro colpe, ma i più tremendi e spietati carnefici di se stessi erano proprio gli uomini, che si torturavano inspiegabilmente a vicenda. Uno dei loro giochi preferiti era chiamato "guerra", e c'erano uomini dagli sguardi algidi che giocavano a scacchi con le vite degli altri uomini, in nome di cose chiamate "territori", "religione", "difesa della razza", e facevano guerre anche in nome della "pace universale".


Nei loro occhi non c'era altro che arido deserto, neanche l'ombra di una lacrima.
Non si era sbagliato, l'inferno era terribile più di quanto potesse concepire la sua mente.


Dispiegò le sue enormi ali, immerse lo sguardo nell'azzurra lontananza, poi si levò in volo dritto verso la costellazione dell'Acquario. Si voltò per un solo istante, ed un brillio fugace apparve nei suoi occhi tristi, una lacrima scivolò via dal suo viso e a contatto dell'atmosfera divenne incandescente come stella cadente. Ma in quel momento qualcuno alzò lo sguardo al cielo e tutt'occhi e stupore rimase naso all'aria contemplando quella scia luminosa che sfrecciava veloce nella volta celeste. Era un bimbo dai grandi occhi blu e dalla pelle di luna.Un pensiero come un lampo balenò nella sua mente, ricordò che gli avevano detto che in quei casi bisognava esprimere un desiderio. E il bimbo desiderò...mentre l'angelo ignaro di tutto continuò il volo, virò a sinistra, dietro quell'ultima nuvola...






Ania

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L'immagino
di lato a me seduto,
una gamba sull'altra
la veste gialla e rossa mossa dal vento-
lì all'ombra
L'immagino guardarsi attorno
direi compiaciuto del bel giardino fiorito,
della farfalla rossa-marrone
che Gli vola intorno,
del prato,
del posto così pianeggiante,
indovinando pensieri - dubbi
egocentrismi inutili - puerili preoccupazioni-
sorride come solo Lui sorride,
accenna anzi un ridere sottile
che tutti tutto abbraccia,
su questo prato straniero,
in questa piccola parte d'universo-
senza parole,
senza sguardi d'intesa
si vive così, vicini di cuore-
qualunque cosa potrei dire e chiedere
sarebbe inutile-
viversi accanto, questo sì.
Adesso S'accomoda la tonaca,
il busto in avanti
la sedia di tela lo segue,
ben puntellato sui piedi paralleli;
osserva qualcosa
di lontano o di vicino
di interessante-
volgo lo sguardo anch'io
a cercar di vedere quello che Lui vede-
ma per me è il solito paesaggio
di siepi e case
e l'albero grande
così ogni giorno più lontano.
Lui con la mano sottile, ambrata
accenna a qualcosa verso l'alto-
Il cielo? Il vento?
O l'aereo che invisibile passa
E romba lontano?
Oltre, sempre più oltre
Mi par di capire.


Ljuba



(per il 72° Compleanno di S.S. Il Dalai Lama)
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